Il mio nome è Nessuno. Anzi, Nessuna
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Un mito è un mito, non una storia qualunque. E’ sempre vivo, si rinnova sempre, si adatta ai sempre nuovi tempora e nuovi mores, agisce sulla psiche in sempre nuovi modi, assume sempre nuove facce. Il mito non è mai uguale a se stesso, perché è così profondamente presente all’umanità, così profondamente attivo nell’anima collettiva, da prestarsi a infinite e sempre nuove interpretazioni e metamorfosi. Non è affatto strano, quindi, che Christopher Nolan, nella sua Odissea, abbia voluto adattare il mito ai tempi proponendo una provocatoria Elena nera. Non si fa fatica a pensare che la donna più bella del mondo lo fosse. Ma l’icona stride un po’ con quell’epiteto omerico, “Elena dalle bianche braccia”, con il fatto che fosse figlia di Leda e di un “candido cigno”, che venisse da Sparta e non dal mondo egizio o fenicio, come altri personaggi della mitologia classica. Già decenni fa un libro che ha fatto epoca, Black Athena, “Atena nera”, di Martin Bernal, teorizzava le origini afroasiatiche della civiltà greca, spiegava come i greci stessi le riconoscessero nei loro miti e nelle loro tradizioni e sosteneva che la progressiva cancellazione o minimizzazione di queste influenze e la costruzione dell'idea di una Grecia “pura”, origine esclusiva della civiltà occidentale, risalisse al diciottesimo e diciannovesimo secolo e si dovesse al nazionalismo, al romanticismo e ai nuovi pregiudizi razziali degli studiosi europei.
Niente di nuovo, quindi. Anzi, l’innovazione di Nolan è perfino stagionata. Così come l’altrettanto politicamente corretta scelta di un attore transgender per Achille, l’androginia del Pelide essendo acclarata sia dalla tradizione mitografica, che alla corte di Sciro lo traveste da ragazza (“Pirra la rossa”) tra le figlie di Licomede (il che non gli impedisce di metterne incinta una, da cui nasce Neottolemo), sia, nell’Iliade, dal ménage con Patroclo (e Briseide). Temi anche questi (rapporto tra genere, apparenza e natura) in passato più che visitati nella figura di Achille, a partire dalla letteratura e dall’arte barocca.
Se il mito deve adattarsi ai tempi, Nolan, più che un’Elena nera o un Achille trans, avrebbe dovuto dare alla sua Odissea un Ulisse donna. Se il tema di Nolan regista è da sempre quello, campbelliano, del viaggio dell’eroe, avrebbe dovuto accorgersi che oggi questo viaggio è femminile. Se la narrazione per immagini è la più veloce ad adattarsi allo Zeitgeist, allo spirito del tempo, basta guardare la pletora di serie tv che hanno creato un vero e proprio genere, enormemente diffuso sulle piattaforme di streaming in tutto il mondo da che woke è woke: quello detto dello Strong Female Lead (SFL), ossia degli script a “forte guida femminile”, o di Female empowerment, Women-led thriller, Female spy thriller o in generale Female-driven drama.
Dall’ormai pioniera Carrie Mathison di Homeland alle geniali detective di Unbelievable, dalla sublime Annette Bening di Nyad alla Kate Winslet di Mare of Easttown alla Charlize Theron del survival-thriller Apex, dalle naufraghe adolescenti di The Wilds alla Robinson solitaria di Keep breathing, fino a Tracks, Wild e via dicendo, una flottiglia di eroine partono, sui nostri schermi, per il viaggio dell’eroe e ne sostengono le vicissitudini con odissiaca metis: un’intelligenza astuta e strategica, un eroismo fatto meno di violenza e più di versatilità e di ingegno, che è poi quello che sempre ci è piaciuto di Ulisse, che ce lo ha fatto preferire a Diomede, ad Aiace e perfino all’invulnerabile Achille.
Il viaggio dell’eroe, nell’Odissea, è fin dall’inizio, se ci pensiamo, un viaggio dell’eroina, visto che a sostenerlo è quella virtù eminentemente femminile, la razionalità, non a caso assicurata al maschio Odisseo dalla sua dea protettrice, Atena, la dea ragione. Che è originariamente patrona di un’attività femminile, la tessitura, e di quella sua particolare variante che è la capacità di orientarsi attraverso il filo della ragione nel labirinto della vita: che sia il labirinto marino di Ulisse (che, come sostiene l’omonimo libro di Gioachino Chiarini, nel suo apparentemente casuale errare segue in realtà proprio le anse del labirinto cretese) o quello archetipico di Arianna, figlia del primo re-legislatore, Minosse, e quindi anche della legalità incarnata e naturalmente opposta a ogni irragionevole e ambiziosa hybris maschile, a partire da quella del seduttore e traditore Tèseo.
C’è parecchio altro di femminile, in fondo, in Odisseo, non solo nel modo di condursi e di ragionare, non solo nel definirsi, anziché dalla prestanza guerriera di Aiace o Achille, dall'intelligenza, dall'astuzia e dalla capacità di ordire strategie, prerogative sempre simbolicamente avvicinate dai greci alle attività femminili della tessitura e dell'intreccio. Per esempio, piange molto. Omero lo descrive spesso in lacrime. Alla corte dei Feaci, ascoltando il canto di Demodoco, scoppia in singhiozzi più volte. Potrebbe sembrare normale, ma per un eroe dell'epica non lo è affatto. Poi, passa gran parte dell'Odissea nascosto, mascherato, trasformato; sa fingere, dissimulare, attendere. Qualità molto lontane dall'ideale eroico, diretto e aggressivo. Ed è l'unico grande eroe greco che riesce a dialogare con le tante donne potenti di cui l’Odissea è punteggiata (Circe, Calipso, Nausicaa oltreché Penelope), senza essere annientato o dominato. Si muove con naturalezza in spazi non maschili.
Parlando di Calipso, se Ulisse è donna è forse meno difficile capire perché mai non riesca a sopportare la convivenza omosessuale con quest’anoressica figlia dei fiori che tra olii essenziali e pollini lo costringe a una possessiva e noiosa quotidianità, non importa quanto longeva. Funziona meglio anche la Telemachia: è di sua madre che l’edipico figlio adolescente, appena raggiunta quella che al fondo dei millenni era la maggiore età, va a cercare notizie, districandosi da una corte che senza padrona di casa è in preda all’alcol e alla poligamia. Anche fisicamente, l’Odysseus hyakithinos, secondo l’epiteto omerico, ossia dai boccoli di giacinto, ha una lunga chioma scura, ricciuta e splendente di riflessi violacei. Un disegnatore giapponese la accoppierebbe a uno di quei corpi ermafroditi delle eroine manga. E può benissimo essere femminile quello che, ritrovato nudo in riva al mare da Nausicaa e dalle sue compagne, una volta accudito e massaggiato si fa di bellezza splendente e affascina Alcinoo e la corte dei Feaci. Non è neanche necessario fare dell’Odissea una storia tutta gay: la figlia del re che gioca a pallone sulla spiaggia può ben essere un maschio adolescente, che con l’efebica innocenza della sua bellezza commuove e turba la protagonista.
Potremmo continuare, ma il punto è un altro. L’archetipo è più profondo di qualsiasi superficiale precetto woke. Odisseo, come dice a Polifemo quando gli domanda il suo nome, è Outis, Nessuno. O Nessuna. In greco la forma nominativa del pronome può designare sia un uomo sia una donna. Odisseo è uno, nessuno e centomila: è tutti e tutte; è ciascuno di noi; quindi anche ciascuna. Integra qualità tradizionalmente attribuite ai due sessi, così come Atena, che unisce attributi maschili e femminili, e alla quale somiglia. Per questo il suo mito di ragione e mediazione è più moderno. Forse troppo moderno, anche per Nolan. Per questo è necessario che torni a prevalere su quello funesto, oggi imperante, dell’iroso Achille.
